Il trasporto dei miti

“Il trasporto dei miti” è un sogno poetico metropolitano.

Con questo progetto TB ha aperto una nuova linea di ricerca sul mito e sul tragico, lavorando in un serrato confronto tra la lezione dei classici e l’analisi scrupolosa della realtà contemporanea. All’interno della polis greca, la fruizione della tragedia era un rituale collettivo di elaborazione di una coscienza condivisa: l’evento teatrale avveniva in una dimensione emotiva e conoscitiva estremamente più profonda e totalizzante rispetto a quella che oggi può essere la canonica fruizione di uno spettacolo. La partecipazione agli eventi teatrali antichi era in proporzione superiore a quella di un concerto rock nei nostri giorni e l’evento si svolgeva nell’arco di 24 ore. I personaggi e le vicende appartenevano a un patrimonio culturale condiviso, il mito, che costituiva un territorio di mezzo tra la religione e la finzione, il credo e la narrazione, la natura e la cultura. In un plot drammatico erano condensati i temi etici, civili, religiosi del momento, in quello che tuttora rimane forse uno dei più intensi e sintetici riti di elaborazione di una coscienza collettiva nel mondo occidentale. Come costruire qualcosa di simile per il pubblico di oggi e con i mezzi del teatro? Da questo quesito prende vita il progetto Il trasporto dei miti, che va a incardinarsi in un orizzonte di ricerca che si svolge secondo un preciso itinerario creativo:

– Costruire un’analogia tra un personaggio della mitologia classica ed un suo corrispettivo iconico nella contemporaneità urbana, metropolitana, mediatica (esempi: Medea – Prostituta straniera, Ercole – Padre, Filottete – Malato).

– Individuare una tematica socio – politica cogente nella contemporaneità, da approfondirsi e sviscerarsi, anche attraverso esperienze sul campo degli artisti nelle fasi di studio per la preparazione dello spettacolo e attraverso il contatto diretto con le realtà istituzionali e associative che operano negli ambiti che si vanno ad approfondire;

– Costruire una performance d’arte che rompa il meccanismo canonico di rapporto scena/platea alla ricerca di una modalità esperienziale per gli artisti e per gli spettatori, il più possibile analoga a quella dello spettatore tragico dell’antichità.

“La città dei miti” è una trilogia in cui gli eroi sono figure extra ordinarie, ma non sono al di sopra dell’uomo comune come nel racconto hollywoodiano, essi vivono, invece, ai margini, nelle periferie, nei sobborghi, negli inferi della società. Li incontriamo sui mezzi pubblici, li scorgiamo oltre i finestrini, sono un “Quarto stato” nel quale entriamo con dei primi piani e dal quale emergono storie che rompono l’assuefazione. Sono tre lavori distinti e indipendenti, esiti del processo creativo che Borgia conduce giorno per giorno con gli attori, attraverso ricerche sul campo che si svolgono in ogni città ospite e sono per loro natura soggetti a continua mutazione. La durata di ciascuno è di circa un’ora, vengono presentati ogni giorno uno di seguito all’altro. Si svolgono a bordo e attorno a un minibus che attraversa la città e accompagna gli spettatori nei luoghi dell’emarginazione, illuminando il panorama urbano attraverso la lente del mito.

I tre titoli che compongono “La città dei miti” sono:

“Medea per strada”, con Elena Cotugno, si pone nel solco delle libere riscritture del mito di Medea, e rivela la “tragedia dello straniero” con la forza del mito greco. Medea per strada, è la storia di una donna, una giovane migrante, scappata dal proprio Paese, arrivata in Italia con la speranza di un futuro migliore e finita nel racket della prostituzione per amore di un uomo da cui si crede ricambiata e da cui ha due figli.

“Ercole l’invisibile”, con Christian Di Domenico, liberamente ispirato alla versione euripidea del mito di Eracle, è la “tragedia della paternità” nella quale il forte per eccellenza è sottoposto all’ennesima prova. Narra di un uomo come tanti, di un buon padre qualsiasi, di un marito felice, la cui vita inciampa in un evento imprevisto e lo precipita nell’agone del declino economico dei genitori separati.

“Filottete dimenticato”, con Daniele Nuccetelli, è la storia di è uno qualsiasi di quei vecchi malati condannati all’emarginazione e all’isolamento a causa del loro stato dalla comunità prima e dalla famiglia poi. È un paziente affetto da demenza che ricorda solo le ragioni del suo rancore e del quale la famiglia si ricorda solo per ragioni utilitaristiche.

 

 

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