Mm Kabarett

progetto e regia Gianpiero Alighiero Borgia
con la collaborazione di  Elena Cotugno
testi di De Felice, Canali, Woller, Giovanni ed Emilio Gentile, Tarquini, Mosse, Mussolini, Matteotti, Rensi, Pasolini, Gramsci, D’Annunzio, Turati, Amendola, Bidussa, Sternhell, Galeotti, Fossati, Mower, Ludwig
con Elena Cotugno, Raffaele Braia, Giovanni Guardano,
Jack Clark, Beatrice Borgia

“Un paese che legge la propria storia come avanspettacolo,
invecchia senza crescere?”

Gianpiero Borgia

IL RACCONTO

Il Bruto è lo studio scenico di preparazione di MM Kabarett, il progetto con il quale il Teatro dei Borgia chiuderà la trilogia dei Cabaret Storici, dopo i lavori dedicati a D’Annunzio e a Sacco e Vanzetti.
Questa volta sotto la lente d’ingrandimento ci sono gli anni tra il 1914 e il 1925 e il Kabarett racconterà la tragica lotta politica di Giacomo Matteotti a Benito Mussolini.

Il percorso si sviluppa lungo tre direttrici narrative:

  • il racconto degli anni che vanno dal 1914 al 1925, dall’incontro tra Matteotti e Mussolini al congresso di Ancona, passando per la nascita dei fasci di combattimento, la lotta politica tra socialisti e fascisti, il biennio rosso, la presa di potere dei fascisti, poi fino all’Aventino e al discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925;
  • la “mitografia” del fascismo narrata da una bambina del 1939 attraverso la lettura del Sussidiario Unico per le scuole elementari edito, a seguito della riforma Bottai, per una più efficace fascistizzazione delle masse;
  • la cronaca del fascismo (dalla nascita dei fasci di combattimento all’assassinio di Matteotti) attraverso le pagine di giornali stranieri, le parole di notisti ed editorialisti, prevalentemente anglosassoni che nelle loro corrispondenze raccontavano l’Italia di quegli anni, affascinati dal grande subbuglio del paese, senza saperne leggere fino infondo ciò che stava avvenendo.
IL PROGETTO

In Italia, dimenticando probabilmente cosa sia stato il Fascismo Storico, riemerge ciclicamente la questione se stia o meno tornando: si attribuiscono sovente ai leader dai tratti caratteriali più decisionisti preoccupanti somiglianze con la figura di Mussolini. Oggi il tema è di nuovo di prepotente attualità, come dimostrano i linguaggi adottati dalla politica, la folta pubblicistica alla continua ricerca di parallelismi con quell’epoca e le recenti e riuscite operazioni di scrittori come Antonio Scurati e Ian Kershaw.
Questo progetto si propone invece di indagare sull’uomo e sull’Italia di oggi attraverso la lente d’ingrandimento della sua storia e di compiere quest’indagine nel teatro e con i mezzi del teatro.
Mussolini e il fascismo hanno messo in luce il carattere principale e terribile di ogni totalitarismo: l’uso strumentale della violenza. Mussolini intuisce – o provoca – il momento in cui far saltare il tavolo, in cui utilizzare la violenza per liberare altra violenza. A questa progressiva emersione e legittimazione della violenza come strumento di lotta politica, tra gli altri, si oppone eroicamente, con continui interventi provocatori e radicali sui giornali, nelle piazze e soprattutto in parlamento il deputato socialista Giacomo Matteotti, il cui vile e abietto assassinio rappresenta l’evento simbolico della fine della democrazia.

L’Italia – è questa l’ipotesi di partenza – non ha mai metabolizzato del tutto il suo passato fascista. Per quanto il fenomeno sia stato approfondito da storici e intellettuali, esso resta per grande parte degli italiani confinato nell’ambito del tabù o della banalizzazione (il fascismo come dittatura benevola che godeva di un largo consenso degli italiani e che ha dato loro uno Stato, commettendo solo pochi errori, le leggi razziali e l’entrata nella Seconda guerra mondiale, ecc.).
Differentemente dalla Germania, l’Italia non ha mai affrontato fino in fondo la colpa storica di aver generato una dittatura: Benito Mussolini rimane per essa il Grande Rimosso, diventando – per via di un curioso capovolgimento del costume tipicamente italiano – un bozzetto, un feticcio, un personaggio come Cristoforo Colombo o Padre Pio. Un’icona, sì: ma in ombra. L’autoritratto segreto di un popolo.

La storia della democrazia è una storia di progressiva limitazione della violenza tramite strutture e ordinamenti di mediazione, il fascismo costituisce la “liberazione” di quella violenza. E Mussolini e l’Italia sono stati il laboratorio, l’esperimento di questo uso “liberatorio” e cinico della violenza.
L’assassinio Matteotti è la perenne istantanea del momento in cui l’uomo cede alla tentazione della forza.
Il bruto diventa così uno studio sull’Italia, sull’italiano, sull’uomo occidentale, su Caino e Abele, su Jeckyll e Hyde, su Mussolini e Matteotti appunto, sul paradigma della nuova, moderna, raziocinante violenza fisica, politica, mediatica, linguistica.

L’APPROCCIO E LA DRAMMATURGIA DI SCENA

La gestazione dello spettacolo segue un percorso di studio di alcuni autori di riferimento: De Felice, Canali, Scurati, Woller, Longanesi, Flaiano, Petrolini, Giovanni ed Emilio Gentile, Tarquini, Mosse, Mussolini, Matteotti, Rensi, Pasolini, Gramsci, D’Annunzio, Turati, Amendola, Bidussa, Sternhell, Galeotti, Fossati, Mower, Ludwig.
È una scrittura di scena che vede sin da principio, nelle fasi di ideazione e scrittura, il coinvolgimento degli attori e il loro affiancamento al regista e che sarà composta esclusivamente da documenti storici, discorsi politici, sedute parlamentari, giornali, libri di testo dell’epoca, da narrazioni e musiche, dialoghi e monologhi in prima e in terza persona, in una continua e incessante moltiplicazione dei punti di vista.
L’esito finale sarà allo stesso tempo una grande beffa chapliniana, una narrazione corale e potente, dove le voci e i linguaggi s’incrociano di continuo, i documenti e i discorsi dell’epoca si mescolano alle canzoni. Uno spettacolo polifonico e irriverente, che non perdona e trova nell’atto teatrale e nel palcoscenico il luogo perfetto per una verifica che forse né gli studi storici né le arti letterarie possono fare: indagare su Matteotti e Mussolini come personaggi, che come ogni personaggio del teatro, si possono capovolgere in metafora universale.

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