Antigone

Tragedia con canzoni

parole Giulio Morittu e Gianpiero Alighiero Borgia
con Elena Cotugno e Christian Di Domenico (cast italiano)
con Isabella Keiser e Jean-Louis Mercuzot (cast francese)
canti Giulio Morittu con gli attori
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelli
costumi Giuseppe Avallone e Elena Cotugno
tanatologa Mariangela Gelati
in coproduzione con Compagnie l’Eygurande (Francia)
e con Centro Teatrale Bresciano e Cooperativa La Rete
progetto e regia Gianpiero Alighiero Borgia

Un’immagine di morte
Se si chiede a un cittadino europeo quale sia stata l’immagine più impressionante del periodo pandemico, quasi tutti darebbero la stessa risposta: i camion militari carichi di bare che attraversano le strade deserte di una Bergamo notturna e desolata, davanti agli occhi dei cittadini murati nelle case.
Ma perché questa immagine ci ha colpito in modo tanto profondo e duraturo? Crediamo, perché spezza quello che potrebbe probabilmente essere uno dei più grandi tabù dei nostri giorni: la morte.

Il non detto sulla morte
Della morte si parla poco e male – viene evitata nei discorsi, crea imbarazzo nelle tavole rotonde, lo si ritiene un tema perturbante e spiacevole, ed è di buon gusto non farne parola.
Il tema della morte, rimosso dalla sfera pubblica, continua ad abitare però quella privata. Tanto poco se ne parla, quanto più se ne ha paura.
Nella pandemia ci siamo scoperti impreparati a fronteggiare la sua presenza quotidiana, il suo pericolo, il solo pensiero: il non detto represso ci è esploso tra le mani in forma di nevrosi, fobie, ossessioni, ipocondrie, smanie regolatrici, ansie di rimozione.
Ma il fatto della morte resta sempre lì. Così, quando ci arriva addosso un’immagine di morte così terribilmente tragica e insostenibile, il confronto con la morte diventa inevitabile: siamo travolti da un argomento che non siamo più capaci di affrontare.
Così ci si è apparsa la questione: la società e la cultura di oggi non ci forniscono più gli strumenti per stare davanti alla morte?

Il diritto negato alla morte
Lo stesso accade nel teatro e nell’arte: si riesce con facilità a raccontare la morte lontana – nelle guerre, nelle carestie, nei disastri naturali a siderale distanza di sicurezza – ma non si evoca la morte qui, ora, tra noi; il lutto che abita le nostre case, le nostre famiglie, le nostre istituzioni e che ogni volta ci sorprende come fosse una folgore a ciel sereno: uno scandalo.
La morte fa parte dell’orizzonte umano dall’inizio dei tempi, eppure proviamo indignazione, sorpresa, smarrimento al suo manifestarsi: come se fosse un diritto dell’uomo il non morire mai, e viceversa il morire fosse sempre un disguido, un problema, a volte una colpa di cui magari individuare il responsabile.
La rimozione della morte ha molti responsabili nello sviluppo della società moderna industriale-capitalistica fino alla sua ultima versione neoliberista: la razionalizzazione della vita, la perdita del sacro, la medicalizzazione, la crisi della famiglia. Soprattutto, il mito di una crescita infinita e di uno sviluppo esponenziale e interminabile, che nasconde il particolare che l’uomo non è eterno, e – come ricorda la tragedia greca – il suo destino è mortale.

ANTIGONE NEL PROGETTO LA CITTÀ DEI MITI

Come per la trilogia La Città dei Miti anche per Antigone, Tragedia con Canzoni, TB si muove lungo tre direzioni:
■ la prima è l’individuazione di un’analogia tra un personaggio della mitologia classica e un suo corrispettivo contemporaneo, un’icona urbana, metropolitana, mediatica (i dolenti);
■ la seconda è costituita da una tematica socio-politica cogente, sentita come urgente dalla compagnia e magari ignorata, rimossa, negata dalla comunità (il lutto come territorio di indagine);
■ la terza è la progettazione e realizzazione di una performance di teatro d’arte che rompa il meccanismo canonico scena/platea, che ricerchi una modalità esperienziale per gli artisti e per gli spettatori/partecipanti, il più possibile analoga, quanto meno per intensità, a quella dello spettatore tragico dell’antichità (le cerimonie funebri, i cimiteri, le sale del silenzio, i luoghi dei riti funebri come territorio scenico).

UNA STORIA CON CANZONI

Durante la pandemia una famiglia viene colpita da una catena di lutti, quando interviene il decreto che a tutela della salute pubblica impone una serie di misure, tra cui il confinamento, la chiusura delle scuole, il divieto di celebrare i funerali.
Nello stato di generale spaesamento, l’impossibilità di celebrare appropriatamente le esequie di ognuno apre un conflitto in seno alla piccola comunità, mentre la catena di lutti che affligge la famiglia si allunga incessantemente.
Qualche anno dopo i dolenti si raccolgono per ricordare quei giorni e celebrare i propri cari.
In scena un uomo pubblico, serio e rigoroso officia la cerimonia per i defunti di quei giorni.
Con lui e contro di lui una giovane donna, che gli oppone i propri pensieri e il proprio stesso corpo.
Sullo sfondo la morte del fratello, avvenuta in ospedale durante il confinamento per la pandemia, senza che nessuno potesse vederlo e offrirgli l’ultimo saluto.
Tra i due va in scena un vero e proprio agone sui temi del rapporto tra individuo e Stato, fra ragione personale e ragione comune, tra singolo e collettività (comunità), tra leggi e spazio intimo del dolore.
Il linguaggio è quello del rito, del sacro celebrato attraverso gesti, parole e canto.
Proprio il canto, nelle sue diverse declinazioni, funge da tramite tra umano e divino, tra classicità e modernità, dove l’uomo si fa strumento al servizio del tema: in un tempo sospeso, gli attori/cantori creano la situazione in cui il linguaggio diventa universale, e definisce le relazioni direttamente con le idee anziché con le “persone”, creando vettori verticali di comunicazione che oggi appaiono sbiaditi e sconvenienti.
L’uomo, prodotto della moderna società borghese capitalistica, non ha tempo di fermarsi, di dedicare tempo alla scomparsa di una persona cara; non permette alla memoria di farsi presenza o di farsi tramite per riallacciare i legami con la comunità.
Antigone, tragedia con canzoni è una performance concepita come una cerimonia funebre a cui si invitano gli spettatori; è un’esperienza mediante cui esplorare la fragilità umana e riattivare il rapporto con il dolore, lasciandosi attraversare da esso, senza dover sostenere il ruolo dell’essere umano iperattivo, proteso al dominio della natura e di se stesso.
Antigone, tragedia con canzoni si svolge in luoghi dedicati ai riti funebri, o in teatri e spazi pubblici trasformati in luoghi di celebrazione del rito funebre.

LA RICERCA TEATRALE SULLA CRISI DELLA PRESENZA

Quando TB ha cominciato a lavorare su Antigone ha trovato naturale riprendere in mano i testi di Ernesto De Martino.
La ricerca di De Martino si è focalizzata sui temi della presenza e le sue crisi, lo spaesamento e la morte come rischio a cui la presenza è esposta.
La presenza è una condizione che si concretizza nell’esserci in un momento storico, in una determinata condizione esistenziale, e che può essere messa in crisi da eventi imprevisti, spesso dolorosi come i conflitti, la migrazione, la morte, determinando quindi quella che De Martino definisce la crisi della presenza, appunto uno stato di spaesamento che porta l’individuo a rompere il rapporto con il proprio mondo culturale. Le ritualità, come le cerimonie funebri, riportavano l’individuo nell’Hic et
Nunc, ad essere presente a se stesso nella propria comunità dopo un evento vissuto come una catastrofe.
«Esserci nella storia, scrive Ernesto De Martino, significa dare orizzonte formale al patire, oggettivarlo in una forma particolare di coerenza culturale, trascenderlo in un valore particolare: ciò definisce insieme la presenza come ethos [comportamento] fondamentale dell’uomo e la perdita della presenza come rischio radicale a cui l’uomo – e soltanto l’uomo – è esposto».
Dalla lettura dei testi di De Martino è nata la necessità di approfondire il tema della mortalità e del lutto, confrontandosi con esperti di Death Studies e, in particolare, con la tanatologa Mariangela Gelati, con la quale TB studia procedure e senso delle cerimonie laiche e ha avviato un laboratorio di esplorazione del rito, di alfabeti e natura, di corpi e forme, attraverso spazi sacri, di silenzio e movimento in cui il dire non ha necessità di parola.

Un progetto sul diritto al dolore e il rapporto con la morte a diverse latitudini

Altrettanto importante per TB è indagare il tema della morte in diverse culture.
Immaginando un’Antigone e un Creonte per ogni nazionalità, si potrebbe riflettere sul rapporto essere umano-morte a tutti i livelli e a tutte le latitudini. Ogni paese affronta la morte a seconda dei propri riferimenti culturali, delle proprie tradizioni, delle proprie usanze.
TB ha iniziato a lavorare in questa direzione collaborando con la compagnia francese l’Eygurande, alternando i periodi di residenza a Brescia con quelli in Francia.
Il lavoro di TB, che si sviluppa anche attraverso residenze artistiche, è una coproduzione internazionale in via di realizzazione con Compagnie l’Eygurande (Francia), con il Centro Teatrale Bresciano, la Cooperativa La Rete, inserito nelle celebrazioni di Brescia – Bergamo 2023 Capitale Italiana della Cultura (Brescia e Bergamo) e in collaborazione con il Festival Il Rumore del Lutto.

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